Testo dell’intervento di Gabriele Mastellarini al congresso Usigrai di Salsomaggiore
Buongiorno a tutti,
un caro saluto al segretario dell’Usigrai, al presidente della Federazione Nazionale della Stampa, e a tutti i colleghi presenti.
Consentitemi una breve presentazione. Sono Gabriele Mastellarini, giornalista della sede Rai di Pescara presso la quale lavoro dal 18 dicembre del 2008, assunto insieme ad un nutrito gruppo di colleghi della Tgr a seguito della selezione-concorso indetta a settembre 2008 dalla Rai. “Una selezione difficile nei contenuti e limpida nei percorsi” come scrisse in una lettera indirizzata a me e agli altri colleghi lo stesso collegio dei garanti dell’Usigrai. Per me, ma credo di poter parlare a nome di tutti, l’essere entrato a far parte di una grande azienda radiotelevisiva come la nostra è motivo di orgoglio, specie per chi ha vissuto sulla propria pelle esperienze di durissimo precariato nella carta stampata (ho collaborato per Il Sole24Ore, L’espresso, Il Mondo) e in tv e radio locali.
Esperienze condite da una formazione passata sia attraverso l’università ma anche attraverso la ricerca nel mondo delle comunicazioni, con collaborazioni importanti nella rivista problemi dell’informazione fondata da Paolo Murialdi e diretta da Angelo Agostini.
E’ la mia prima esperienza in un congresso. Sono stato eletto nel “listone” nazionale, grazie all’opportunità offerta dai colleghi della lista Rai-Libertà di Informare, ma grazie soprattutto alla fiducia dei colleghi di Buongiorno Regione che qui rappresento insieme ad altri colleghi eletti in alcune sedi. E vorrei portare alla vostra attenzione le nostre istanze e, innanzitutto, le nostre esperienze maturate in questo breve ma decisivo lasso di tempo.
Siamo stati tra i fautori del successo di Buongiorno Regione, la fascia mattutina della Tgr nata tra lo scetticismo generale grazie a un’intuizione dell’ex direttore di testata Angela Buttiglione. Una trasmissione che registra uno share nazionale del 13 per cento (laddove Raitre era ferma al 3% in quella fascia!!) con alcune regioni che si attestano al 30 per cento. Una trasmissione azzeccata e che verrà presto ampliata con la nuova finestra dalle 7 alle 7-30 a diffusione nazionale (Buongiorno Italia). Oltre a Buongiorno Regione siamo stati impiegati in importanti rubriche della Tgr, quali Leonardo e Neapolis.
Siamo stati in prima fila nel raccontare, anche per le testate nazionali, fatti di cronaca e di politica. Eppure sulle nostre istanze, i nostri problemi, i riflettori non sono sempre accesi. Mi riferisco a valentissimi colleghi selezionati in una regione e trasferiti in tutt’altra parte d’Italia. C’è chi dalla Sicilia lavora in Alto Adige. Mi riferisco al problema di Neapolis, la trasmissione della tgr di Napoli a rischio chiusura. Mi riferisco al clima di incertezza che perdura attorno alla riconferma stessa di Buongiorno Regione per il prossimo anno, sulla cui ufficialità ancora nulla ci è stato comunicato anche se i sentori sono positivi.
Inoltre – e credo di poter esser sostenuto anche dai colleghi della Scuola di Perugia – non c’è piaciuto quanto accaduto di recente al Tg1, dove una redazione con 12 colleghi è stata formata “pescando” solo tra giornalisti abilitati nelle scuole di giornalismo romane, quasi che un “ricco” laureato della Luiss di Roma debba avere più possibilità di accesso alla Rai rispetto a un “povero” laureato dell’Università di Teramo, come il sottoscritto. Questo è inacettabile. E questa brutta parentesi deve essere chiusa al più presto e – se veramente lo si vuole – è necessario ripartire dalla “selezione difficile e dai contenuti limpidi” di cui sopra, voluta dall’Usigrai che per primo – anticipando addirittura l’azienda! – pubblicò sul suo sito il verbale di accordo con i criteri per la selezione. Eravamo a luglio 2008 e in due anni è stata fatta una clamorosa marcia indietro!
Non posso non accennare al problema delle tecnologie e della digitalizzazione. Un processo che nelle sedi regionali è lontano a venire e ogni giorno si è costretti a lavorare con apparecchiature vetuste che mettono a serio rischio anche la normale messa in onda dei servizi e riducono la qualità dei servizi stessi.
Pensiamo ad esempio alle telecamere in uso, le vecchie Betacam sp, che furono acquistate a fine anni Novanta durante la direzione Vigorelli. Ad oggi quelle telecamere sono fuori produzione e non si trovano neanche più pezzi per ripararle. Eppure i nostri tco e le nostre troupe le utilizzano quotidianamente, con redazioni piene zeppe di vecchie cassette, ripassate centinaia di volte, mentre le piccole emittenti locali già girano in digitale utilizzando schede p2 o dischi bluray.
Servono mezzi sul territorio, le fly, che un concorrente agguerrito come Sky utilizza già da tempo. Servono computer portatili per i montaggi in digitale, abbandonando le centraline analogiche, e dovrà esser chiaro anche il ruolo dei giornalisti in futuro. Se – come accade già a Rainews24 – dovremo essere noi a montare i contenuti oppure se si ricorrerà a figure tecniche. E’ necessario chiarire il concetto di multimedialità. Oggi siamo impegnati nella realizzazione di contenuti televisivi e radiofonici ma presto saremo chiamati a scrivere anche articoli sul web e magari a fare foto o piccoli video.
C’è poi il nodo della formazione che deve interessare tutti i giornalisti del servizio pubblico e in particolare i più giovani. La scuola di Perugia e i suoi laboratori devono essere un punto di riferimento per l’aggiornamento professionale continuo dei colleghi di tutte le testate. Altrimenti c’è il rischio di non trovarsi più al passo con i tempi. E’ necessario condividere le esperienze tra varie testate, con scambi e tutorati.
Il ruolo delle sedi regionali è comunque centrale. La Tgr è un valore aggiunto importante che la Rai ha rispetto agli altri concorrenti. E’ però necessario rafforzare e tornare a investire seriamente sullo sviluppo delle sedi, dotandole di fondi e di apparecchiature.
Il problema economico è quello che ci affligge e che, purtroppo, sarà la spada di Damocle di questa azienda anche in futuro. Ma è assurdo pensare a inviati delle redazioni esteri che non possono uscire fuori dalla redazione per mancanza di copertura economica. E’ assurdo per i colleghi delle sedi regionali muoversi con propri mezzi ricevendo un rimborso chilometrico irrisorio rispetto all’esorbitante costo della benzina. Inaccettabile la politica del taglio continuo messa in campo dall’azienda e da alcune testate. Se la Rai ha il canone come punto di riferimento per il 50 per cento delle proprie entrate è sull’evasione che si deve agire. Regioni come Campania e Sicilia hanno un tasso di mancati pagamenti superiore al 40 per cento. Comuni, enti, studi professionali, esercizi commerciali non versano un euro di canone e nessuno li controlla. Se si vuole rilanciare la Rai bisogna intervenire sul canone, inserendolo magari in bolletta dell’energia elettrica come già avvenuto in Grecia.
Il tema della rappresentanza dei precari. Per la prima volta l’Usigrai ha dato possibilità di elettorato attivo e passivo ai precari e questo è un passaggio decisivo e fondamentale che non può però fermarsi a una parentesi congressuale, seppur fruttifera. L’esperienza dei coordinamenti è stata vincente e da lì si deve ripartire, evitando però che nei prossimi rinnovi contrattuali vengano penalizzati i più giovani, sottraendo loro indennità che tutti gli altri percepiscono.
Serve, dunque, un organo di rappresentanza riconosciuto dall’Usigrai. Un gruppo misto formato da colleghi precari eletti delle testate nazionali, delle sedi e della scuola di Pg che faccia da raccordo tra le varie redazioni dove tutti i precari saranno sentinelle. E a questo “nuovo coordinamento” dovrà esser riconosciuto pieno diritto di cittadinanza nelle decisioni che investono da vicino i colleghi precari. Bisogna ricominciare a discutere sul cosiddetto “contratto depotenziato” o “24 mesi”, un’autentica ingiustizia, sulla quale non si è mai riusciti a ragionare seriamente. Ma con l’ingresso dei precari nell’Usigrai, l’annullamento del “depotenziato” dovrà diventare un caposaldo del nuovo esecutivo al quale spettano tre anni di duro lavoro che dovranno interessare da vicino anche le fasce più deboli.
Sì alla lotta per la difesa dell’indipendenza. Sì all’alzare barricate sulla volontà della politica di influire nelle decisioni giornalistiche. Ma l’Usigrai che riparte risponda affermativamente anche alle istanze dei circa 300 precari che rappresentano la Rai del presente e vogliono essere la Rai del futuro.
Grazie